giovedì 28 gennaio 2010

Controtendenze estetiche

L'intervista a Tom Ford apparsa su Vanity Fair della scorsa settimana ha sovvertito l'idea che ci eravamo fatti di Tom negli anni '90 e che lo aveva reso rappresentante di un ventennio... Dobbiamo correre per star al suo passo (stivaletti in coccodrillo o no)! Su Style.it vi dico che ne penso... Che personaggio, lo so mi ripeto, ma è così affascinante nelle sue manie di perfezionismo..

martedì 26 gennaio 2010

DA BIBO – Loc. Traversa di Firenzuola





Trattoria Bar “Da Bibo”
Via Traversa, 454
Loc. Traversa – Firenzuola
Tel. 055-815231




Ovvero..come trascorrere un piacevole pranzo in un assonnato sabato invernale. Sabato è il giorno più bello della settimana: ti lasci alle spalle l’ufficio e la routine settimanale e sai che hai ancora la domenica da goderti prima di dover ripiombare nei gloomy days. Questo sabato è stato ancora più piacevole grazie a Bibo, ristorante conosciuto grazie ad un articolo apparso in dicembre su “Io Donna”. Vi avviso subito che per godersi pienamente il pranzo è meglio prenotare, il posto è molto piccolo e rischiate di non trovare posto. Vi consiglio la sala con camino se siete una coppia che ha voglia di un po’ di intimità (oltre che di una fiorentina!) oppure l’altra sala, leggermente più grande, se siete una compagnia più numerosa.
Trovare la strada non è impresa semplice... Google deve aver perso la bussola fra i boschi della Futa perché se chiedete a lui l’itinerario vi trovate a pasteggiare a fieno e bacche con dei cerbiatti. Per noi, dopo aver lasciato l’autostrada all’uscita Roncobilaccio è stato molto utile lo stringato consiglio di Gola Gioconda (a proposito, grazie!)che ci ha fatti arrivare proprio davanti. Il panorama che si attraversa è da favola: boschi di abeti, prati coperti di neve che brilla al sole di gennaio, rami cristallizzati dal ghiaccio.
All’interno, l’ambiente è semplice, curato ed accogliente, il camino scoppietta vivace e bottiglie di vino molto pregiato fanno capolino ovunque. Appena accomodati ci accoglie lo chef Alessandro Cianti – un po’ sbrigativo forse al primo impatto; in realtà attento, molto competente e simpatico dopo qualche chiacchiera - che ci illustra il suo menù, specializzato in cucina del territorio e prelibatezze spagnole, con la carne che fa da regina. Ci facciamo tentare da un antipasto di crostini toscani e del patanegra Joselito. Il giudizio è unanime: divini entrambi!
Come primo piatto io vado per i tortelli di patate con ragù, mentre Mr. B. tenta gli gnudi. Se non conoscete quest’ultimo piatto, ve lo consiglio: questo sapore non può mancare al vostro palato: è tutto un insieme di sensazioni fra gusto e consistenza che viene difficile descriverli. Nel piatto sembrano degli gnocchi piuttosto grossi, fatti con ricotta, spinaci, uovo, molta noce moscata e conditi con burro; la vera scoperta è la morbidezza vellutata che si avverte al palato ed il sapore intenso e delicato al tempo stesso: davvero notevoli. Devo dire che alla fine i tortelli di patate, che sono una mia passione, sembravano quasi scontati.
Non poteva mancare come secondo lei, la fiorentina! Alessandro ad inizio pasto si presenta con un vassoio enorme con i “pezzi” del giorno e ci fa scegliere personalmente la nostra bistecca! Uno spettacolo. Noi optiamo per un taglio da 1200 grammi di razza bavarese (la scelta è ampia) e non restiamo delusi. La carne è morbida, cotta al punto giusto e dal sapore inconfondibile; ci viene servita già tagliata in grossi pezzi ed i nostri piatti roventi hanno un già un filo d’olio toscano con cristalli di sale e foglia d’alloro. L’accompagniamo con del radicchio fresco, che sembra appena colto dall’orto vicino.
Come accompagnamento, un rosso di Bolgheri, le Serre Nuove dell’Ornellaia 2006.
Non c’e’ stato spazio per il dolce (io non ne vado matta, ma comunque non avrei saputo dove stivarlo!) ma la soddisfazione è stata completa. Anche il prezzo è ottimo: spendiamo poco più di 50 Euro a testa.
Bibo è un posto degno della leggenda che si sta creando nel tempo!




Un’ ultima curiosità: noi siamo rimasti colpiti dal sale che viene messo a disposizione: né fino né grosso, piuttosto a fiocchi, scaglie, che se strizzato fra le dita si polverizza: abbiamo scoperto essere del sale Maldon, proveniente dall’Inghilterra (contea di Essex per essere precisi) famoso sin dal Medioevo – si dice che sia stato scoperto al tempo della dominazione dei Romani – e utilizzato dai migliori chef: non abbiamo potuto far a meno di portarcene una confezione a casa, da Bibo è in vendita!

venerdì 22 gennaio 2010

A SINGLE MAN: A WORK OF ART (This is for you, Mr. Ford)

L’altra sera, dopo tanta attesa, finalmente ho visto l’opera prima di Tom Ford. Era dalla mostra del cinema di Venezia aspettavo questo momento e devo dire che ne è valsa la pena . Nessuna delusione, nessun dubbio, tutto il meglio che ci si poteva aspettare da questa prima esperienza cinematografica di questo architetto, designer, stilista, teorico dell’estetica ed ora anche regista, era lì, davanti a me, in formato digitale.
Ho apprezzato ogni singolo secondo del film ed ho vissuto insieme al professor Falconer la sua difficile, disperata, giornata. Ma soprattutto, ho guardato tutto attraverso gli occhi di Tom Ford. Mi è capitato di rado di scorgere così chiaramente l’intento del regista attraverso la sua pellicola. La sua presenza si avverte nella casa tutta a vetrate di George, dal taglio impeccabile della sua camicia, delle sue giacche, dal vestito turchese della bimba vicina di casa, dalla rosa, imperlata di rugiada, che George accarezza.
Tutto è poesia, non c’è nulla di volgare e non c’è una sola inquadratura che non sia stata studiata all’estrema perfezione.
Forse sarò imparziale, ho sempre ammirato molto Tom Ford; ma in un’epoca in cui è diventato difficile stabilire cosa si possa definire un’opera d’arte, sento di poter affermare che questo film lo è. Ogni singolo istante. Colin Firth ha reso il personaggio di quest’uomo solo e singolare impeccabile. Abbiamo tutti avvertito il suo senso di mancanza, di “assenza dell’essenza vitale”.
Che altro posso dire...In questo momento, in cui le file al cinema si fanno per poter indossare un paio d’occhiali spaziali utili a veder volare davanti a te un puffo cresciuto troppo, il cinema vero, che non ha bisogno di effetti speciali, ha avuto la sua rivincita.

martedì 19 gennaio 2010

Ho incontrato un angelo. Anzi due.

Un venerdì sera come tanti: aperitivo con gli amici in centro. Serata divertente, un po’ di alcool e tanti stuzzichini (guai a chi ha decretato la morte dell’Happy hour): dopo una settimana frenetica in ufficio è il momento tanto atteso e quasi mai delude. Al momento del rientro, alla fermata dell' autobus, scorgo un gruppetto di persone, ALATO. Per un attimo ho pensato fossero il risultato di un Cosmopolitan scadente unito ad uno Spritz troppo carico, ma ho subito scartato l’ipotesi. Non sono così scarsa! Quei ragazzi erano veri e indubbiamente portavano sulle spalle delle ali bianche. OK. Ognuno è libero di indossare ciò che vuole, figuriamoci! Mi sono sempre morsa la lingua davanti ad uno stivale a gamba nuda ad agosto..non saranno un paio d’ali a farmi capito(mbo)lare. Ho pensato ad una qualche manifestazione pacifista, tipo “salviamo il pennuto del momento” oppure ad un gruppo che si stava recando ad una festa a tema. Invece no. Panico. Parte del gruppo si avvicina a noi. Sembrano aspettare proprio noi! Cerco di fissare, con tutto l’interesse che riesco a manifestare, la bacheca degli orari e contemporaneamente inizio a sperare intensamente che l’autobus magicamente appaia da dietro la curva. Dovete sapere che non sono un campione di espansività già in condizioni normali. Interagire con un tizio che sceglie di indossare un paio d’ali temo sia troppo. Mr. B. è tranquillo, lui non teme il contatto col prossimo come me. Sono sola a vivere il trauma. I ragazzi (in realtà ragazzo e ragazza) si avvicinano e, con qualche battuta scherzosa sul fatto che loro siano angeli caduti dal cielo, attaccano bottone. La mia bocca è nascosta dal bavero del cappotto, la mia espressione non è delle più scure, ma temo che il mio sopracciglio imbizzarrito non riesca a frenarsi dall’esprimere il suo giudizio. Mannaggia. Prendo tempo. I due ragazzi, sempre sorridenti, non si fanno prendere dallo sconforto. Chiacchierano, un po’ fra loro ed un po’ con me del più e del meno. Ne arriva un terzo: buffo, arruffato, dall’accento campano. Scherzano fra loro, si prendono in giro. E alla fine il mio sopracciglio si rilassa. Incredibilmente, sorrido. Scopro così che sono parte di una compagnia teatrale (per gli interessati, Il Teatro dei Mignoli), che, unendo il diletto al socialmente utile, svolge corsi per “animatori civici”, persone volontarie che favoriscano l’utilizzo delle linee pubbliche urbane in orario notturno: i reclutati, si esercitano in questa loro “angelica” veste (che fa molto "Il cielo sopra Berlino" o, a scelta, "City of Angels". Ma non aspettatevi Nicolas Cage!)ascoltando e intrattenendo i passanti notturni in attesa alla fermata dell'autobus. Va premesso che nella mia città, come in tante altre grandi realtà, non tutti la sera circolano tranquilli. La gente ha paura del prossimo, del diverso. Più in generale quasi di tutto, per essere precisi. ;-)
Questi ragazzi sfidano il freddo di gennaio ed i pregiudizi per rendere meno solitaria l’attesa. Un’iniziativa davvero lodevole (e lo dice una che solitamente non teme di essere sola, lo spera!). Auguro anche a voi di incontrare, magari in una sera nebbiosa, fredda e umida come quelle che solo l'inverno in pianura sa regalare, un simpatico paio d’ali, che sappia non farsi intimidire da un sopracciglio dall'arcata perfetta.

lunedì 18 gennaio 2010

Ere e..Tomfordismo..


Recentemente mi è stato fatto notare da un amico un articolo apparso su "Il Sole" riguardante il declino dell'era del consumerismo, termine che sta ad indicare un periodo in cui, a differenza del consumismo - periodo in cui è il prodotto ad essere al centro dell'attenzione - il desiderio personale dell'individuo è la molla che spinge all'acquisto: un desiderio non più creato dalla società che ci circonda (vedi boom economico del dopoguerra), ma da noi stessi. All'inizio questo concetto non mi era proprio chiaro..ma facendo degli esempi risulta più semplice. Potremmo dire che l'utilitaria della Ford in pieno boom economico sta al consumismo così come la Louis Vuitton in edizione limitata con le proprie iniziali incise sta al consumerismo.

Mi piace la parola consumersimo, che questo tale Harold James della Princeton University ha citato; mi sento in effetti un pò cresciuta col consumerismo. Mi piace però ancor di più una parola che James ha coniato per definire questo periodo, e cioè Tomfordismo. Dopo le migliaia di vetture economiche tutte identiche del non meno geniale Henry Ford, che ha dato il suo nome a quest'epoca di forte sviluppo economico terminata negli anni '60, Tom Ford è innegabilmente il simbolo del rilancio del marchio Gucci e più generalmente della stessa idea di moda nell'epoca consumerista, incentrata sul radicale concetto dell'individualismo. Non posso negare di essere incapace di resistere al trabocchetto della "Limited Edition", per me ancora una parola magica: ogni volta, che sia una borsa in cotone dal messaggio ecologista o una mutanda di taglio vagamente sadomaso, ci casco. Che importa se poi vagherà per gli angoli bui del mio armadio senza mai essere indossata: il consumerismo ha vinto!

Questo studioso però dopo averci fatto sognare un po' pensando a Tom Ford (e alle sue ultime campagne pubblicitarie in cui compare in tutto il suo splendore..btw, direste mai che tale classe e perfezione è nata nientepopodimenochè nella stessa terra polverosa del Texas?????? Proprio come l'indimenticabile Walker Texas Ranger di Chuck Norris?????? Naaaaaaaaaaaaa) ci dice anche che quest'epoca è finita. La crisi se l'è portata via. Dice che ormai siamo pronti ad "andare oltre", che siamo pronti per beni meno tangibili, che è in arrivo l'era del "consumo di esperienze", che sarà in grado di generare soddisfazioni più durature. Dunque... Non occorre passeggiare per i verdeggianti campus di Princeton per poter affermare che la soddisfazione che nasce da un acquisto ha breve durata e che questa si alimenta con la reiterazione. Vuoi che non lo sappia? Lo so benissimo, il mio armadio in fase di detonazione mi è testimone (per lo meno ho raggiunto la prima fase del processo di disintossicazione da dipendenza: sono cosciente di avere un problema). Non sono però certa che sia venuto il momento di passare oltre.. Se devo pensare che per rischiarare una giornata NO non basterà più passare dalla Galleria, ma dovrò farmi almeno un bel viaggio o un weekend di coccole in beauty farm possibilmente insieme a quattro bonzi e due no global (non dimentichiamo l'importanza della socializzazione e della comunione di esperienze)..beh, prevedo giorni bui per chi non è milionario! ;-)
Ovviamente scherzo ed esagero..non è questo il problema. Il MIO problema è che mi sento ancora molto legata al "tangibile"..e temo altri insieme a me. La generazione dei consumeristi non molla facilmente. Ma siamo pronti certamente ad "esperienze comunitarie". Magari, per iniziare per gradi, un bel viaggio a New York: esperienza non tangibile, interazione, soddisfazione più duratura e...SHOPPING! Beh, almeno è un inzio. O no, Mr. James?

(aticolo citato da "Il Sole 24 Ore" dell' 8 gennaio 2010)

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